MUSEO DELLE BOTTI E CANTINA SOCIALE
La storia della Cantina sociale di Oleggio comincia nel 1891 quando un piccolo gruppo di viticoltori decide di raccogliere le proprie uve in una cooperativa per vinificare in comune e vendere il prodotto ripartendo gli u
tili tra i soci.
Le idee legate alla cooperazione erano già nell’aria da diversi anni e molti lavoratori in tutta Europa vedevano in essa lo strumento per migliorare la loro condizione sociale ed economica. Ne aveva teorizzato a lungo l’economista Luigi Luzzatti, grande sostenitore del credito popolare e di una moderna riforma del lavoro la cui ispirazione di fondo si basava sulla convinzione che il processo naturale di selezione tra gli uomini poggiasse non sulla concorrenza tra individui, ma sulla loro mutua reciprocità.
E proprio questa idea aveva indotto l’enologo Sebastiano Lissone a fondare una cantina sociale già nel 1886 a Oleggio.
Posta ai limiti della zona viticola novarese nella piana a destra del medio corso del Ticino, Oleggio affonda le sue radici nella protostoria e conserva ancora importanti testimonianze del governo dei Visconti e degli Sforza.
E’ rinomata per un importante mercato del bestiame e per l’allevamento ma sta per aprirsi alla nascente industria. In quegli anni anche Oleggio riflette lo spirito cooperativistico che anima tutto il Piemonte e questo induce il Li
ssone a far nascere qui una Cantina Sociale sulla scia di quelle sorte in Francia e in Germania.
Ma la sua iniziativa fallì complice anche la peronospora, il fungo parassita giunto dall’America alla fine degli anni Settanta che decimò i vigneti riducendo drasticamente i raccolti. Bisognerà aspettare la caparbia di un viticoltore appassionato come Bernardino Balsari perché il tentativo si ripeta questa volta con successo, cinque anni dopo.
E’ nel 1891 infatti che Balsari convince pochi viticoltori, tra cui il sindaco e il farmacista, a produrre e vendere il vino in comune: nasce così la prima Cantina Sociale d’Italia.
Erede di una delle famiglie più in vista di Oleggio, da cui aveva ereditato le vigne, Balsari era stato volontario nella Terza Guerra di Indipendenza, al seguito di Garibaldi. Ma per le vigne aveva studiato i trattati di agricoltura del Conte di Cavour, che fu tra i primi a mostrare interesse per i vini novaresi, non disdegnando di servirli anche ai pranzi ufficiali, al pari del Borgogna o del Bordeaux.
Balsari intuì, con incredibile anticipo sui tempi, che per migliorare la qualità del vino bisognasse ridurre la produzione delle viti e in contrapposizione agli altri vignaioli sperimentò alcune tecniche di diradamento, non esitando anche a tagliare i ceppi più deboli pur di fare entrare tra i filari aria e sole col risultato di ottenere un’uva migliore, anche se in minore quantità. Se col suo sistema non convinse i viticolto
ri, ci riuscì con la Cantina Sociale, che offrì loro condizioni tecniche e mezzi per produrre vini con caratteristiche costanti. La Cantina consentiva ai singoli di ridurre i costi di lavorazione pur alzando la qualità del prodotto e di attendere il momento più vantaggioso per commercializzarlo, ricavando così maggiori utili da ripartire tra i soci.
Nel 1893 una delegazione oleggese è presente all’Esposizione Internazionale di Zurigo dove conquista la medaglia d’oro per l’eccellente qualità del vino e nel ’94 alle Esposizioni Riunite di Milano la Cantina Sociale ottiene due medaglie d’argento e un premio di mille lire dal Ministero dell’Agricoltura.
Dal ’95 al ’99 altri riconoscimenti arriveranno dal Circolo Enofilo Italiano e dalle esposizioni di Borgosesia, Asti e Torino, Gallarate e Genova. Alla vigilia della vendemmia del 1897 giunge a Oleggio,, a ispezionare i reparti di Cavalleria attendati per le manovre Vittorio Emanuele di Savoia, Conte di Torino. In suo onore è imbandito un memorabile banchetto a Palazzo Bellini, alla presenza dei notabili e di Balsari, da poco eletto sindaco.
Sotto la sua spinta, Oleggio si dota di una fitta rete stradale che sostituisce buona parte dei disagevoli tracciati campestri, inadeguati a un centro agricolo che si sta rapidamente trasformando. Da più di vent’anni ormai la manifattura della seta e del cotone ha coinvolto nel lavoro industriale anche le donne, prima con le numerose filande, tra le quali primeggiano Tosi e Trolliet, poi con la fabbrica dei fratelli Gagliardi, che confeziona busti e corsetti per signora e conta già cinquecento operaie.
Dalle frazioni dei paesi limitrofi accorrono a Oleggio per il mercato del lunedì, la cui origine si perde ai tempi della dominazione degli Sforza e che rivaleggia con quello di Novara per la ricchezza del comparto vinicolo e del bestiame. Nel 1906 si inaugura la Grande Esposizione che celebrerà per più di trent’anni le capacità imprenditoriali di Oleggio nelle Arti e nei Mestieri.
Sul Ticino è stato appena costruito il famoso ponte di ferro che unisce la sponda piemontese a quella lombarda. Il fiume si popola di cercatori d’oro, la cui presenza è qui documentata sin dall’antichità. A più riprese si tenterà un’estrazione su vasta scala, ma le potenti draghe a vapore si riveleranno meno efficaci dei cercatori oleggesi che setacciando i greti con la trula si tramandano da generazioni i segreti della ricerca.
Nel 1910 la fama della Cantina Sociale scavalca l’oceano per ricevere il gran premio d’onore all’Esposizione Internazionale d’Argentina. Ora i soci sono 144 e le uve vinificate passano dagli 833 quintali del primo anno d’attività a 6.128. E’ una conferma dell’esperimento cooperativo che ha visto nascere in questi anni molte Cantine Sociali in tutta Italia dal Trentino alle regioni del Sud.
La Cantina di Oleggio sopravvivrà anche alla guerra e alla filossera il parassita che costrinse i viticoltori di tutta Europa a ripiantare le vigne sostituendo i ceppi delle viti. Nella battaglia contro la filossera Balsari fu ancora una volta contrapposto agli altri vignaioli i quali però per la Cantina non gli negarono mai la loro fiducia fino al 1927, anno in cui alla sua morte gli succederà il figlio Antonio.
La cantina è ancora nella sua sede originaria che era stata ai tempi un’ala del convento delle monache di Sant’Agostino. Qui dall’umido fresco delle fondamenta si sale tortuosamente alle ampie volute del porticato, che si affaccia nel cortile e negli orti. C’è ancora memoria delle lunghe file di carri carichi d’uva, le bigonce, che nei giorni di vendemmia aspettavano fuori dalla Cantina anche fino a notte. Le bigonce venivano pesate nel cortile prima di essere scaricate e ripesate vuote. Così, dalla differenza, si otteneva il peso dell’uva. Il valore era però calcolato anche in base al grado zuccherino che avrebbe determinato la futura gradazione alcolica del vino.
Nonostante il clima ostile instaurato dal regime fascista nei confronti dell’intero mondo cooperativistico la Cantina di Oleggio continua a crescere, ampliando un mercato che mostra di apprezzare i suoi vini. Si è ampliato anche il suo comprensorio che coinvolge adesso i viticoltori di molti centri vicini. La spensieratezza delle feste dell’uva che celebrano i raccolti di questi anni avrà però il triste epilogo della guerra.
Anche Oleggio sarà scossa dai bombardamenti aerei che tenteranno invano di colpire il ponte sul Ticino. Seguono anni in cui per coltivare e vendemmiare bisogna ricorrere a mezzi di fortuna, c’è ancora chi ricorda che non si trovava il verderame e che ci si doveva arrangiare comprando alla borsa nera acido solforico, scorie di rame e acido nitrico.
Negli anni ’50 viene vinta definitivamente la battaglia contro la peronospora e nel 1956 viene costruito il nuovo stabilimento enologico sulla strada per Momo, non lontano dalla millenaria basilica di San Michele.
La cantina nuova è dotata di 106 vasche in cemento armato che diventeranno 110 con l’ampliamento del 1960. Contiene inoltre le botti di invecchiamento in rovere di Slavonia che già furono orgoglio della vecchia sede, divenuta oramai un simbolo per i viticoltori. I soci sono adesso più di 400 e producono 25000 quintali d’uva. Non più solo di Oleggio e Barnego, ma anche di Mezzomerico, Marano Ticino, Vaprio d’Agogna, Bogogno, Gattico, Veruno, Casale Montecchio e Santa Cristina. Sono stati protagonisti nell’evoluzione dei lavori agricoli, ora guidano il trattore e conoscono le nuove tecniche per vinificare ma ricordano di avere lavorato in vigna con la zappa, di avere spruzzato il verderame con la motopompa a zaino sulle spalle e di avere torchiato a mano le uve.
Negli anni ’60 si assiste al distacco della manodopera dalla campagna. I vigneti di dieci pertiche si riducono via via a tre, quattro pertiche e i terreni rimasti indietro vengono abbandonati al gerbido, cui erano stati strappati faticosamente nei primi decenni del secolo.
Il vino prodotto dalla Cantina Sociale di Oleggio dicono in molti, era un gran bel vino, gli mancava soltanto di essere riconosciuto come meritava anche se dagli anni ’60 veniva commercializzato non più solo nel novarese, ma anche nel vercellese, nel varesotto e nel biellese e molti erano i clienti di Milano, Torino e Genova. La qualità era garantita dall’enologo Ferruccio Lucchini per lungo tempo a fianco di Antonio Balsari presidente della Cantina per oltre mezzo secolo fino al 1978. All’accortezza di Lucchini si deve il superamento di molti momenti difficili perché la cantina per anni ha subito la forte opposizione di una parte degli stessi viticoltori dei negozianti di vino e dei mediatori di uve. Erano dodici i vini di Oleggio: il Barengo Rosso, la Croatina, il Rosso di collina, la Bonarda, il Colline Oleggesi, lo Spanna, il Chiaretto Brioso, il Barengo Bianco, il Roccolo, la Barbera, il Bianco Secco e il vino del Centenario, Colli di Suno.
Della cantina nuova resta oggi solo il sotterraneo con le antiche botti, divenuto una sezione staccata del Museo Archeologico Etnografico “Carlo Giacomo Fanchini” dove sono conservate le testimonianze della lavorazione del vino e dei mestieri ad esso collegati. Mentre l’edificio della vecchia cantina è ancora intatto sulla Circonvallazione all’ingresso di Oleggio.
Alla fine degli anni ’90 la Cantina Sociale di Oleggio si fonde con quella di Fara Novarese dando vita alle Cantine dei Colli Novaresi che unendo le due maggiori realtà cooperative della provincia porta avanti una tradizione lunga più di un secolo.
Oggi nel nuovo punto vendita sulla via Gallarate si può gustare un vino che affonda le sue radici in una storia lontana quando i vignaioli lavavano le botti e i tini mescolando foglie di pesco nell’acqua bollente. Quando lunghe code di carri aspettavano di scaricare fuori dal cortile anche fino a notte e si pestava l’uva con i piedi. Un gioco che metteva i ragazzi in allegria. .

