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“Ho taciuta l’arsura dell’andare ad una fonte, ed ora soffoco l’ardenza interiore nell’ombria di questa basilica”.
Così lo scrittore Enzio Julitta, profondo conoscitore delle cose di Oleggio, nella sua “Carta del navegar pitoresco” del 1934 introduceva la visione dell’antico edificio di culto: “Basilica di Santo Michele. Santo e guerriero: armatura e spada, ardire e ardore, fede in sé e fede in Dio; sicurezza di vittoria”.
Al santo che, insieme a San Giorgio, i Longobardi consideravano protettore del proprio popolo, è dedicato l’edificio religioso più significativo di Oleggio e tra i più importanti della Regione.
La basilica di San Michele si trova sulla strada che da Oleggio porta a Mezzomerico ed è attualmente inglobata nel cimitero cittadino.
Già papa Innocenzo II, in occasione della nuova organizzazione distrettuale ecclesiastica, l’aveva inclusa tra le pievi del novarese nel 1133.
Sicuramente parrocchiale dal XIV al XVI secolo, la chiesa perse il primato a favore della chiesa dei Santi Pietro, Paolo e Michele e poi subì alterne vicende di deterioramento e di conseguenti restauri, tra i quali quelli radicali eseguiti tra il 1923 e il 1928. In quell’occasione fu posta in luce una serie di murature di ciottoli in fondazione che è stata analizzata con maggiore attenzione nel corso delle indagini archeologiche promosse dal
Comune di Oleggio nel 2001: grazie a ciò che è emerso dagli scavi effettuati sul sagrato è stato ipotizzata l’esistenza di un edificio più antico a navata centrale absidata e transetto nonché la fondazione di un campanile, forse successiva.
La possibile coesistenza, per un periodo imprecisato, di due chiese giustificherebbe l’anomalia della facciata del San Michele che presenta fuori asse il bel portale con archivolto in mattoni e architrave in pietra.
Durante la stessa campagna di scavi si è stabilito, con il ritrovamento di una dozzina di sepolture longobarde, che il luogo ebbe funzione cimiteriale almeno a partire dal VII secolo d.C.
Gli elementi architettonici fanno concordemente datare l’edificazione della basilica all’XI secolo. La basilica, come tipicamente avviene per gli edifici romanici, è orientata, ha pianta a tre navate absidate divise da pilastri con a
rconi ribassati, copertura a capriate, presbiterio rialzato di nove gradini e sottostante cripta e presenta facciata monocuspidata.
Particolarmente interessante la cripta, ad oratorio, con tre navate divise in campate, coperte da volte a crociera le cui nervature proseguono senza interruzioni sui fusti dei pilastri.
L’interno della basilica, completamente scevro da decorazione plastica, è illuminato da monofore a doppia strombatura sul lato sud e sul prospetto orientale, alcune delle quali risultano chiuse. Inoltre due finestre a croce si aprono sopra l’abside maggiore e sulla facciata, sulla quale, in corrispondenza della navata meridionale, è tuttora presente la finestra barocca dell’antico ossario.
La muratura è in larga parte costituita da ciottoli di fiume disposti a spina pesce legati da malta e alternati ad inserti in laterizio, in particolare nelle lesene e nelle finestre. La chiesa adopera tegoloni e materiale lapideo romani e nell’angolo sud-ovest è visibile un’epigrafe sepolcrale datata al I-II secolo d.C. Probabilmente l’edificio originario doveva constare di una sola aula la cui esistenza sarebbe confermata dai resti di una muratura in ciottoli e malta in corrispondenza dei pilastri meridionali.
Le ampie superfici murarie erano un tempo completamente ricoperte da un ciclo di affreschi di cui rimangono notevoli resti: per lunghi anni nascosti da uno strato di scialbo che ne ha fortunosamente consentito la conservazione, sono stati riscoperti alla fine del XIX secolo dall’ingegner Filippo Ponti che intuì fin da subito la rilevanza di quelle figure, rarissimi esempi dell’XI secolo in tutta l’Italia settentrionale.
Duplice era la funzione delle immagini che normalmente coprivano tutte le pareti interne degli edifici religiosi romanici: oltre ad abbellire l’ambiente e a rendere gradevole ai fedeli la partecipazione alle funzioni liturgiche, esse rappresentavano una sorta di “biblìa pauperum”, cioè dovevano letteralmente essere libri comprensibili da tutti nell’immediato, data la scarsa alfabetizzazione della maggior parte della popolazione alla quale si
rivolgevano.
Avendo il compito di istruire sui principi della fede e dovendo essere facilmente individuabili in edifici di culto diversi, le immagini solitamente trovavano una precisa collocazione all’interno della chiesa: la basilica di San Michele non si sottrae alla consuetudine e in particolare nel Cristo in Maestà Benedicente nella mandorla, circondato da angeli, nella conca absidale, ad accogliere lo sguardo del fedele al suo ingresso in chiesa; sopra l’abside sono chiaramente visibili due cervi e l’agnello mistico; il Giudizio Universale sulla controfacciata, a ricordare che occorreva comportarsi da “buoni cristiani” anche varcata la soglia, nella quotidianità della vita, perché il Cristo Giudice attende ognuno alla fine dei tempi.
Nell’esempio oleggese purtroppo la figura del Cristo al centro della scena è andata perduta a causa dell’apertura di una finestra successivamente tamponata; rimane la suddivisione in registri orizzontali con gli angeli, la Vergine e i Profeti; al centro gli Apostoli a mezzobusto; in basso dignitari ecclesiastici e monaci. A lato del portale si vedono i tre Patriarchi che tengono in grembo le anime dei Giusti, accolte in Paradiso; dalla parte opposta è illeggibile la scena dei dannati all'Inferno. Ben conservata è anche la decorazione dell’abside meridionale, con il Cristo Pantocratore circondato dagli Arcangeli. Sul tamburo compaiono le figure isometriche dei Diaconi, che reggono il Libro con la sinistra.
Altro bellissimo lacerto si trova sulla parete settentrionale della navata centrale, un volto aureolato di donna che con ogni probabilità raffigura la Vergine Annunciata. Sulla parete di fronte è visibile l’immagine di un pavone, la cui carne nel Medio Evo era considerata incorruttibile tanto da essere associato all’idea di rinnovamento e di resurrezione.
E’ recente e molto suggestiva l’ipotesi formulata da Gian Carlo Andenna in relazione all’affresco più controverso dell’edificio, che si trova sul tamburo absidale. Rappresenta una scena insolita detta dei “cavalieri” nella quale sono stati via via letti significati diversi: dalla lotta tra vizi e virtù, alla rappresentazione di un rapimento, alla tematica storica che raffigurerebbe la Comitissa di Biandrate alla guida delle milizie novaresi.
Secondo Andenna essa andrebbe inquadrata nell’ambito del culto micaelico di cui la basilica sarebbe stata al centro per un lungo periodo, tanto da far pensare che la costruzione attigua all’attuale edificio di cui si era scritto più sopra non fosse altro che un piccolo santuario dedicato al santo, tesi ulteriormente avvalorata dal rinvenimento del “tesoretto” di monete longobarde avvenuto proprio in quel luogo. Dunque la scena sulla quale si è tanto discusso potrebbe essere la trasposizione fedele dell’antico testo della “Apparitio Sancti Michaelis”, realizzata negli anni del Concilio di Fontaneto (1057) e ispirata alla basilica di San Michele al Gargano. In quest’ottica andrebbe letto anche l’affresco che si trova sopra al già citato pavone, che rappresenterebbe la “sepoltura di Santo Stefano” ispirata dal Vescovo Oddone al suo ritorno da Gerusalemme.
Un'altra immagine di San Michele si trova sul primo pilastro meridionale della navata centrale ed è attribuita al pittore di origine polacca Johannes Maria De Rumo e databile al XVI secolo. Infatti oltre al ciclo pittorico romanico la basilica ospita numerosi altri affreschi di epoche successive: al XIV secolo sono datati i Santi Vescovi Martino e Ambrogio della cripta, Sant’Antonio Abate e i Santi con arma nobiliare della navata maggiore. Tra il XV e il XVI secolo è stata realizzata la Resurrezione di Cristo attribuita a Franceschino Cagnola. Nell’angolo sud-ovest in corrispondenza dell’antico ossario si trova “La fugacità della vita” dell’inizio del XVIII secolo, allo stesso secolo va fatta risalire l’esecuzione degli ovali dell’abside settentrionale, che per un certo periodo ospitò la Cappella Massara.
In ultimo, le parole pronunciate nel 1922 dall’Arciprete G. Manuelli in occasione dell’inizio dei lavori di restauro della Basilica: “(…) questa basilica deve risorgere a novella vita, affinché continui nei secoli venturi ad estendere la sua ombra amica e proteggente su questi morti che in Cristo hanno creduto e hanno sperato, in Cristo vissero e morirono”.