... DI OLEGGIO HANNO SCRITTO


Dall’Epistolario di Alessandro Manzoni, lettera alla moglie Teresa datata Cassolnovo, 1 ottobre 1853

Mia Teresa, non ti scrivo che due parole, sperando di dirtele e di sentirne da te molte tra pochi giorni. Avremmo fissato di partire giovedì. I carissimi e cortesissimi ospiti ci faranno condurre fino a Oleggio, dove s’avrebbe a trovare il Moietta con la carrozza di casa, pronta alla partenza per le undici di quel giorno”.

 

Antonio Fogazzaro

Da “Malombra” di Antonio Fogazzaro, 1881

(…) Come mai se quella persona era morta e sepolta da lungo tempo? Egli lo sapeva bene che era stata sepolta, ricordava d’averlo inteso da suo padre; ma dove, dove? Tormentosa dimenticanza! C’era pure nella sua memoria quel luogo, quel nome; ve lo sentiva muoversi, salire, salire, finché ne scattò su, in lettere visibili. Credette allora cavar di sotto le lenzuola il braccio destro, stenderlo, appuntar l’indice a colei, dirle che ella mentiva e ch’era ben sepolta ad Oleggio, nella cappella di famiglia”.

 

 

Gabriele D'Annunzio

Dall’”Alcyone” di Gabriele d’Annunzio: La muta, 1903

(…) Il buon maestro dell’arte sua si gode;
talor gli ultimi aneliti sotto l’ugne
del palafren che nel galoppo falca.
E, fornito il lavoro, ei torna al passo
per la carraia ingombra di fascine;
con la sua muta va verso il canile,
va verso Oleggio ricca di filande.
Vapora il fiume le sterpose lande
”.

 

Da “Una topolino amaranto “ di Dante Graziosi, 1980

Ad Oleggio la grande azienda non esisteva, ma vi erano centinaia di piccole fattorie con tre, quattro capi bovini, spesse volte Dante Graziosicon un cavallo e per quanto riguardava i due comuni minori della condotta, Marano e Mezzomerico, con molti asini.
Dalla collina del capoluogo il colpo d’occhio su quella miriade di case sparse, bianche con le tegole rosse, era meraviglioso, spuntavano come funghi nella macchia verde della prateria, interrotta qua e là dai filari delle vigne e dei granoturchi.
”.

Di belle ragazze ce n’erano molte ad Oleggio, non mancava che l’imbarazzo della scelta, ma io speravo di farmele tutte amiche”.

La domenica mattina gli agricoltori dell’Oleggese sentivano il richiamo del capoluogo e già verso le dieci lasciavano le loro cascine sparse nelle frazioni della collina e della valle per venire al centro e scambiare quattro chiacchiere prima della Messa delle undici nella bella chiesa dell’Antonelli, grande come una cattedrale. (…) La domenica assolata li vedeva a crocchi nella grande piazza o sotto i portici o nei caffè, con i loro vestiti di fustagno a parlare senza fretta (…). Si sfilava come per andare a teatro, loro elegantissime, piene di charme, destavano l’invidia delle amiche e attiravano le occhiate degli ufficiali dei Cavalleggeri del “Monferrato”, venuti nella brughiera per le esercitazioni estive”.

 

Da "Il paese dei Mezaràt" di Dario Fo, 2002

I numerosi trasferimenti a cui era costretto mio padre ci hanno poi portati a Oleggio, presso Novara. Vicino alla casa dove abitDario Foavamo c’era una fornace con relativa fabbrica di mattoni e laterizi in genere. Io e mio fratello Fulvio ci trascorrevamo gran parte della giornata. Eravamo entrati nella manica del padrone, che ci insegnava la tecnica dell’impasto e della cottura. Inoltre ci aveva messi al tornio, quello per plasmare i vasi. Era un gioco davvero magico: il tornio non serviva solo per foggiare vasi, otri e ciotole, ma, modificando sapientemente la tecnica della manipolazione, si riusciva a ottenere forme più complesse: una testa e perfino un busto con tanto di petto, ventre e glutei”.
“Al mio arrivo alla stazione di Oleggio non ho fatto altro che guardarmi intorno: vicino alla locomotiva, col cappello rosso in testa c’era mio padre, che mi veniva incontro e mi ha abbracciato sollevandomi con un solo braccio fino al suo viso. Ha fischiato verso il macchinista, gli ha fatto cenno che poteva ripartire e quindi mi ha annunciato con un gran sorriso: “ A casa c’è una bella sorpresa per te! Ci è nata una sorellina… Bianca! Vedrai come è carina, sembra un bambolotto di porcellana!”.
“Tutti le erano intorno: parenti, conoscenti più tre sorelle maestre che abitavano sul pianerottolo. Per me e mio fratello Fulvio, nessuna attenzione. Ci sembrava che si accorgessero di noi solo quando ci inciampavano addosso. Perciò avevamo deciso di starcene un po’ alla larga: giocavamo nel cortile e nella guandra, cioè nel parco con alberi al di là della piazza dove stavano montando il tendone di un circo
”.

 

Da “L’oro del mondo” di Sebastiano Vassalli

Dunque Remigio mi mise a cavalcioni della sua bicicletta e quando arrivammo in vista di O., che è un paese su una pSebastiano Vassalliiccola collina, mi fece scendere, disse : “Vai pure avanti, Sebastiano”. (…) Arrivai di corsa in cima alla collina, attraversai tutta O., entrai in stazione, comperai il biglietto. (…) C’erano tante case in mezzo al verde, un fiume che appariva e spariva lontano nella valle (…)”.
“Nei tre anni della mia permanenza all’”Osteria del Genio con Locanda” ho assistito al compiersi di due modernizzazioni, indue distinti periodi e con caratteristiche diverse. La prima modernizzazione avvenne tra l’inverno del 1956 e la primavera del 1957 e ci portò, soprattutto, il telefono e la televisione. Fu positiva. (…) La seconda modernizzazione si abbatté sul “Genio con Locanda” a partire dalla primavera del 1959 e fu la fine di tutto: una gigantesca colata di cemento che imbrigliò il fiume per chilometri, trasformandolo in una sorta di cloaca, povera d’acque e maleodorante di liquami. (Ma questa, è un’altra faccenda)”.
“Ero stato a trovare lo zio Alvaro all’Ospedale di O., prima che i dottori lo mandassero in un altro ospedale “più attrezzato” (così dissero per levarselo dai piedi); naturalmente, a morirci. L’Ospedale di O. è un piccolo ospedale con un gran parco. Passeggiammo”.
“Conobbi pian piano la vita del fiume. (Allora, i fiumi erano vivi). C’erano i barcaioli con i loro barconi in ferro che raccoglievano pietre bianche e le portavano a Pavia dove gli venivano pagate – così, almeno, diceva lo zio Alvaro – “quattromila lire al quintale
”.

Da "La chimera"

Nella notte tra il 16 e il 17 gennaio 1590, giorno di Sant’Antonio abate, mani ignote deposero sul torno cioè sulla grande ruota in legno che si trovava all’ingresso della Casa di Carità di San Michele fuori le mura, a Novara, un neonato di sesso femminile, scuro d’occhi, di pelle e di capelli: per i gusti dell’epoca, quasi un mostro. L’inverno era gelido, il mostro era avvolto in un brandello di coperta senz’altri indumenti specifici che gli riparassero le mani e i piedi e sarebbe certamente morto se una bayla (balia) in servizio temporaneo presso la Casa di Carità, tale Giuditta Cominoli da Oleggio, non avesse compreso, dall’abbaiare dei cani e da altri indizi, che qualcuno s’era avvicinato al torno e non si fosse alzata dal letto per andare a vedere, sfidando il freddo polare di quella notte senza luna”.

“Il mercato a Zardino si faceva sulla piazza della chiesa, due volte al mese, il primo e il terzo lunedì; arrivavano gli ambulanti da Novara e dai paesi della Valle del Ticino: Trecate, Oleggio, Galliate ed esponevano le loro mercanzie di terrecotte, di attrezzi per l’agricoltura, di lettiere e d’altri strumenti per allevare i bigatti, di trappole per gli animali selvatici e di reti per i pesci, di calzature, di tessuti”.

 


Da “I racconti del Maresciallo” di Mario SoldatiMario Soldati

I bei denti del sciur Dino
Qual è la più brutta storia che ti è capitata?” domandai l’altra sera a Gigi. Glielo domandai di sorpresa, mentre aspettavamo, davanti al caminetto, che la Maria portasse la polenta. Anche la sua visita era stata, per me, di sorpresa. Volendo accoglierlo degnamente, avevo acceso un grande fuoco, e avevo ordinato la polenta. E adesso ci toccava aspettare. Lui ingannava l’appetito con cacciatorini di cavallo, freschi, pastosi, deliziosi, un capolavoro del Mainelli di Oleggio. Io, che non ho fatto il carabiniere e quindi, alla stessa età di Gigi, non ho la stessa sua salute, mi consolavo con un altro salame, sempre del Mainelli: d’oca, cotto, e delicatissimo”.