STORIA DEL COMUNE

Nel territorio novarese si assistette a un notevole incremento della popolazione almeno dal III secolo a.C., documentato dalla necropoli di Dormelletto e dallo stesso contesto oleggese.
In questo secolo i Celti del nord Europa scesero nell’Italia settentrionale richiamati dal clima mite e dalla fertilità del terreno che avrebbe reso possibile uno stanziamento duraturo.

Plinio ritiene che la città di “Novaria” sia stata fondata proprio dal ceppo celtico dei Vertamocori: a loro del resto si deve anche il primo stanziamento abitativo dell’oleggese.

Il fiume Ticino e la ricchezza della vallata costituirono un forte richiamo; infatti proprio in frazione Loreto, lungo l’antica via Strera, in prossimità del corso del fiume è avvenuto nel 1987 il ritrovamento di una grande necropoli. Essa occupa un’area pari a 1200 mq e comprende 268 sepolture distribuite in un arco cronologico di circa cinque secoli: dal II a.C. alla tarda età imperiale.
Al momento non è stata rinvenuta alcuna traccia che permetta di individuare il sito effettivo del villaggio celtico che in ogni caso non doveva essere troppo lontano dalla necropoli.

Nel II secolo a.C. iniziò il processo di romanizzazione dell’area piemontese; alle genti autoctone fu concesso attraverso i “foedera aequa” di mantenere la propria autonomia e di conservare l’organizzazione socio-economica locale.

Ciò che invece cambiò radicalmente fu l’aspetto paesaggistico delle campagne che da quel momento subirono un importante frazionamento centuriale in parte visibile ancora oggi: i romani infatti usavano dividere le terre coltivabili in lotti regolari il cui orientamento era determinato dal corso del Ticino.
In particolare gli appezzamenti oleggesi erano rettangolari, orientati in senso est-ovest e corrispondenti a mezza centuria, e probabilmente assunsero questo aspetto in età augustea.

Nel 1958 venne portato alla luce un tesoretto di denari romani alla fornace Beldì di Oleggio, a testimonianza della diffusa agiatezza degli abitanti del luogo fino alla metà del I secolo d.C.; subito dopo iniziò un lento decadimento dell’economia che collassò del tutto tra il II e il III secolo.

La crisi coincise con periodi di grande instabilità politica e militare e favorì le incursioni alamanniche. Ad Oleggio i dati della necropoli indicano che in quel periodo ci fu una netta flessione del popolamento e un impoverimento generale con la scomparsa della moneta e il ritorno al baratto. Del resto anche la mancanza quasi assoluta di testi epigrafici (con l’esclusione del frammento di lastra funeraria della Basilica di San Michele) denota un effettivo imbarbarimento di Oleggio in età tarda imperiale.

Nel 476, con la caduta dell’Impero Romano d’Occidente anche l’oleggese fu interessato dai passaggi dei popoli barbari che lasciarono dietro di sé miseria e devastazione.

Dopo gli Eruli di Odoacre, i Burgundi, gli Ostrogoti guidati da Teodorico, fu solo nel 552 che, con la vittoria di Bisanzio, si vide la riunione del novarese, e quindi di Oleggio, all’Impero Romano d’Oriente.

I primi documenti scritti rinvenuti che riguardino Oleggio risalgono al 973 e fanno parte di un nucleo di ventinove carte del Vescovo Apualdo; fino a questa data le notizie e le fonti che ci aiutino a ricostruire le vicende dell’abitato sono decisamente scarse, a eccezione dei reperti longobardi rinvenuti sul territorio: la necropoli e le monete d’oro dette “angelat” ritrovate nei pressi della basilica di San Michele.
Delle ventinove pergamene di Apualdo, ben ventitré sono atti di permuta che forniscono una immagine abbastanza chiara di quale fosse l’assetto urbanistico della Oleggio del tempo: da una parte esisteva il vico, strettamente legato alla campagna, dall’altra il vero e proprio castro, cioè l’area incastellata del borgo.

Si delineava così la divisione tra la parte più settentrionale dell’abitato facente capo alla località nota ancora oggi con il nome di Galnago e quella dell’attuale centro storico. Nella pergamena del 973 per la prima volta appare il nome della cittadina, citata come “fundo olegjo qui dicitur scarulfi”: nome longobardo che deriva probabilmente da “scarium”, cioè il funzionario dell’amministrazione regia longobarda.

Nel 774 anche Oleggio passò nelle mani dei Franchi confluendo così, in seguito alla divisione territoriale voluta da Carlo Magno, nel Marchesato di Ivrea che era vastissimo e comprendeva quasi tutto il Piemonte attuale e parte della Lombardia occidentale ed era articolato in numerose contee.
Oleggio in particolare faceva capo al Comitato di Pombia, che verso il 955 diede i natali ad Arduino, marchese d’Ivrea e re d’Italia.

Tutto il XII secolo fu costellato per Oleggio da vicende luttuose dovute alle guerre tra Comuni e Impero. In una Bolla di Papa Innocenzo II dell’anno 1133 indirizzata al Vescovo di Novara Litifredo, Oleggio con le sue cappelle è citata tra le prime pievi.

Tra XII e XIII secolo Oleggio entra a far parte dei possedimenti dei conti di Biandrate, già Conti di Pombia.

Ducato di MilanoDal 1167, con la scomparsa di Guido di Biandrate, iniziò la spartizione dei feudi di famiglia che interessò anche Oleggio, passato a quel punto a Novara. Secondo gli Statuti del 1272 il borgo, dotato di mura, doveva tenere continuamente aggiornati i confini della sua giurisdizione.

Nel 1301 fu occupato per conto di Galeazzo Visconti insieme a Marano e Pombia ed entrò a far parte del Ducato di Milano.
Alla morte dell’Arcivescovo Giovanni Visconti i possedimenti di famiglia vennero divisi tra Matteo II, Barnabò e Galeazzo II, a quest’ultimo toccarono in sorte le nostre terre.

Nel 1361, quando fu minacciato dalla Compagnia Bianca dei mercenari inglesi, assoldata dal Marchese del Monferrato, Galeazzo fece bruciare Oleggio e altri borghi vicini. Di conseguenza andò perduta gran parte del borgo e delle fortificazioni fatte erigere dagli stessi Visconti che amavano particolarmente questa terra, tanto che la tradizione locale attribuisce a Barnabò l’espressione: “Olegium erit civitas, et magna civitas…”.
Inoltre si ricorda che egli concesse al borgo la rivendita del sale, il mercato del lunedì e la corsa “della focaccia”, oggi detta “della torta”.

All’inizio del XV secolo si tramanda che frate Bernardino da Siena abbia predicato ad Oleggio sotto la torre di piazza.

La dinastia viscontea finì nel 1447, quando il duca Filippo Maria morì senza eredi.
Nacque la Repubblica Ambrosiana e Oleggio fu amministrato da un Podestà repubblicano.
Francesco Sforza approfittò della situazione, invase il novarese e si impadronì del Ducato di Milano.

Il prospero borgo oleggese mantenne comunque i privilegi acquisiti e non perse mai la proprietà del porto della Bastita sul Ticino.
Tutto ciò nonostante la terribile epidemia che lo colpì nel 1462, che fece rifugiare gli abitanti della regione Galnago nel più sicuro centro di Oleggio. Tale fatto secondo alcuni determinò la riedificazione e l’ampliamento della chiesa parrocchiale del borgo, che risaliva al X secolo e che fu riedificata in chiave gotica. Francesco Sforza morì nel 1466 e Oleggio nel 1476 fu infeudata al Conte Giovanni de Attendolis: sul borgo iniziava la signoria dei Bolognini Attendolo.

Alla fine del XV secolo il novarese fu coinvolto nelle guerre tra francesi e svizzeri; nel 1525 gli spagnoli occuparono il Ducato di Milano, fino al 1600.
Nei registri parrocchiali rimane la traccia dei matrimoni contratti tra i soldati spagnoli e le ragazze oleggesi.

Nel 1576 scoppiò un nuovo focolaio di peste, ricordato come “peste di San Carlo”, con riferimento all’ Arcivescovo Borromeo di Milano che tanto fece per aiutare gli ammalati e che si dice abbia sostato ad Oleggio dissetandosi all’antico pozzo di via Pozzolo.
Anche ad Oleggio furono adottate severe misure di prevenzione dal contagio, come ricordato nei documenti novaresi del 1577 che tra l’altro ordinavano di “levare le barche e barchette dal fiume Ticino e ritirarle lontano un miglio” e di controllare con turni di guardia le sponde.
Basilica San Michele
Tristemente famosa rimane la peste del 1630, conosciuta come “manzoniana, con la quale anche gli oleggesi dovettero fare i conti: lontano dal borgo, presso la Basilica di San Michele, a Sant’Eusebio e a San Donato nella vallata del Ticino furono allestiti i lazzaretti per gli appestati.
Ad aggravare questo clima di miseria e disperazione si aggiunsero gli eventi bellici che videro le truppe sabaude e francesi affrontare quelle spagnole: famosa è la battaglia di Tornavento, avvenuta il 22 giugno 1636, che non servì a risolvere la situazione.
L’alternarsi di queste luttuose vicende si unì agli echi del Concilio di Trento portando al moltiplicarsi sul territorio di nuovi edifici di culto e di immagini devozionali dedicati ai santi taumaturghi come San Rocco, San Donato, Santi Fabiano e Sebastiano, tradizionalmente protettori dalle malattie.

Agli inizi del XVII secolo è da ascrivere anche la nascita del Convento dei frati Cappuccini in località Paradiso, e di quello dei frati Riformati. Nello stesso periodo vissero un momento di particolare splendore le sei Confraternite presenti ad Oleggio, che rivestirono un ruolo importante per le opere di assistenza e carità ma anche perché furono committenti di opere d’arte notevoli.

La situazione politica si consolidò solo nel 1748, quando Novara e il suo Contado passarono definitivamente ai Savoia in seguito alla Pace di Aquisgrana. Un documento del 1794 presenta l’aspetto dell’abitato oleggese, diviso già in quattro quartieri e quattro cantoni. Risulta dotato di nove forni per il pane, dei quali cinque erano nel borgo. L’edificio pubblico più importante era la “Casa del Pretorio”.

Ancora una volta il quadro politico cambiò radicalmente con l’avvento delle armate napoleoniche; nel 1799 il re Carlo Emanuele IV si rifugiò in Sardegna dopo aver abdicato.

Dopo la breve occupazione austro-russa avvenuta in assenza di Napoleone, impegnato nella campagna d’Egitto, nacque la Repubblica Cisalpina ed Oleggio entrò a far parte del distretto di Novara, a sua volta facente capo al Dipartimento dell’Agogna.

In virtù delle nuove leggi napoleoniche il borgo si dovette dotare di un nuovo cimitero lontano dal centro abitato per tutelare la salute pubblica; gli oleggesi, che fino ad allora avevano sepolto i loro morti nei pressi e dentro le chiese di Santa Maria e dei SS. Pietro e Paolo, non accolsero di buon grado la novità e infatti il nuovo cimitero presso l’antica basilica di San Michele fu benedetto dall’Arciprete Zoppis solo nel 1822.

Altra conseguenza delle leggi napoleoniche, fu la chiusura del Convento dei Cappuccini; l’edificio venne trasformato in Istituto Balneo-Sanitario dal Professor Pietro Paganini e venne visitato anche dal re Carlo Felice e dalla Regina Maria Cristina nel 1828, dopo la definitiva sconfitta di Napoleone e il Congresso di Vienna del 1818. Nello stesso anno veniva realizzata la Strada Regia del Sempione, che passando per Oleggio determinò l’abbattimento di parte del caseggiato e dei portici di piazza.

Dopo il 17 marzo 1861 con la proclamazione del Regno d’Italia Oleggio entrò nella provincia di Novara, una delle cinquantanove del nuovo ordinamento amministrativo. Poco prima di quella data era stata benedetta la nuova chiesa Parrocchiale dei Santi Pietro e Paolo edificata su progetto dell’architetto Antonelli.

Ponte sul TicinoLa seconda metà del XIX secolo ha visto, insieme ad un parziale miglioramento urbanistico dovuto alle nuove strutture pubbliche e private, anche un incremento dei servizi. Furono realizzati nel 1855 la prima tratta della ferrovia che collegava Oleggio a Novara e nel 1889 il ponte di ferro sul Ticino; nel 1892 nacque il nuovo stabilimento del gas fuori Porta Pozzolo e nel 1893 l’acquedotto. Per la luce si dovette aspettare il primo decennio del Novecento.

Si ebbe contestualmente un grande impulso di tutte le attività commerciali, artigiane, agricole e industriali: sorsero la filanda Trolliet, la fabbrica di busti Gagliardi, la Cantina Sociale e si assistette al tentativo di estrazione dell’oro del Ticino su scala industriale.

In questo rinnovato panorama economico e sociale ben si inserì la pubblicazione dei primi giornali locali: “Il Moscone” e la “Frusta oleggese” ai quali in un secondo momento si aggiunse anche “Il Cittadino Oleggese”, letto ancora oggi sin dal 1907.

I primi decenni del secolo furono anche segnati da una rinnovata attenzione alla storia antica, ai monumenti e alle tradizioni locali: nel 1923 iniziavano i lavori di restauro della millenaria Basilica di San Michele Arcangelo, fortemente voluti dalla comunità; solo quattro anni dopo in zona Loreto riemersero inaspettatamente importanti reperti romani.

Nel 1926 moriva “Pinela”, artista, poeta e cantastorie molto noto ad Oleggio per la sua attività sempre legata al repertorio locale e alla cui fantasia si deve la nascita della principale maschera del carnevale oleggese, il Pirin.

Il Monumento ai caduti eretto nei giardini antistanti la stazione ferroviaria nel 1920 testimonia il tributo di vite che anche Oleggio dovette versare alla Grande Guerra, sopportando in seguito anche le tragiche conseguenze della “febbre spagnola” che mietè numerose vittime tra il 1918 e il 1919.

Già nel 1921 ad Oleggio veniva costituita una sezione dei Fasci Italiani di Combattimento; l’affermarsi del fascismo comportò l’edificazione del nuovo cinema- teatro che sostituì lo storico Verdi e della “Casa del Littorio” e la realizzazione dei giardini pubblici di fronte. Molti ragazzi oleggesi partirono per la guerra in Etiopia nel 1935.

Nel 1939 Benito Mussolini giunse in maggio in visita ad Oleggio, in quell’occasione gli furono illustrate le opere del nuovo Consorzio Irriguo della Roggia Molinara.

L’Italia entrò nuovamente in guerra il 10 giugno 1940, destinata a sopportare ancora anni molto difficili di sacrifici, povertà e sofferenze che non cessarono neppure dopo la drammatica notte del 25 luglio 1943 che segnò la caduta del fascismo: la popolazione di Oleggio, accolta la notizia, distrusse i simboli del regime e un grande falò fu acceso nel cortile delle scuole.

La soluzione del conflitto era ancora lontana, proprio in questa cittadina si tenne una delle prime riunioni del Comitato di Liberazione Nazionale Provinciale; da ricordare è sicuramente la battaglia de 23 giugno 1944, che vide scontrarsi partigiani oleggesi e truppe tedesche e che lasciò un segno evidente in una delle vetrate della chiesa parrocchiale colpita da un proiettile. Anche l’attacco dei partigiani alla caserma del Comando Presidio G.N.R. rimane nella memoria collettiva locale.

Il monumento che si trova ai giardini pubblici nei pressi della stazione ricorda invece il sacrificio del Capitano di Corvetta Enea Picchio che, durante un’azione di guerra, morì nel Canale di Sicilia in seguito all’affondamento del cacciatorpediniere Saetta riuscendo a mettere in salvo l’intero equipaggio.
Parco del Ticino
Oleggio nel XX secolo, anche se profondamente segnato dai due conflitti mondiali, seppe reagire e sfruttare al meglio le proprie risorse economiche e sociali: insieme all’apertura avvenuta nel 1910 del nuovo ospedale, i cittadini potevano contare anche sull’aiuto offerto dai numerosi istituti assistenziali, tra i quali sono da ricordare l’orfanatrofio maschile, quello femminile, l’asilo infantile e l’ospizio Pariani.

Nel secondo dopoguerra la popolazione oleggese è andata progressivamente aumentando, con un picco di crescita tra il 1951 e il 1971, anno in cui si registravano 10072 abitanti. Si è assistito di conseguenza ad una espansione residenziale che ha interessato a macchia d’olio tutto il territorio, molte zone sono state sottratte alla coltivazione: oggi la realtà residenziale è riversata fuori dal suo nucleo antico e dispersa sull’intera area agricola.

Negli ultimi anni l’indotto conseguente all’ampliamento del vicino aeroporto di Malpensa ha comportato un ulteriore aumento della richiesta abitativa sul territorio e un adeguamento delle infrastrutture: la soluzione di entrambe le problematiche si scontra con la realtà urbana locale strutturata per rispondere ad esigenze ben meno complesse.

Negli anni Settanta, periodo di grande crescita e trasformazione del tessuto edilizio e industriale urbano ed extra-urbano, la necessità di salvaguardare il patrimonio naturalistico si concretizzò con la nascita dell’Ente Parco Naturale della Valle del Ticino. Istituito nel 1978, esso comprende parte del territorio di undici comuni tra Castelletto Ticino e Cerano; nel 2002 l’Unesco ha dichiarato l’area della Valle del Ticino “Riserva della biosfera”, che così è entrata a far parte del circuito Mab (Man and Biosphere). L’area naturalistica piemontese e lombarda, costituisce al momento il parco fluviale più grande d’Europa.

Attualmente Oleggio conta 13045 abitanti e nonostante le sfide degli ultimi decenni rimane al passo coi tempi, garantendo ai suoi cittadini una realtà “a misura d’uomo”e, pur nel rispetto della sua storia e delle sue origini, è comunque costantemente aperta al cambiamento.